Preparazione del suolo

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Lavorazione del suolo

Prima di tutto si effettua uno scasso sufficientemente profondo per rimuovere ed aerare bene il suolo. È fondamentale che non vengano riportati in superficie strati troppo profondi o poco idonei allo sviluppo del tartufo come: eccessi di limo, argilla o ghiaia.  Lo scasso dovrà essere eseguito in autunno o in primavera, prima di eseguire l’impianto. Con lo scasso verranno interrati cespugliame e materia organica superficiale.  Successivamente è consigliato eseguire una  erpicatura e come operazione finale una fresatura per alleggerire il terreno.   Nel caso sussistano difficoltà oggettive di lavorazione, dovute alla presenza di sassi o roccia affiorante, invece dello scasso totale si potranno eseguire arature più superficiali.

 

Sesto e tipologia d’impianto

Nei terreni in pendenza, è consigliabile la sistemazione dei filari a girapoggio (secondo le curve di livello) in quanto favorisce la regimentazione delle acque e la difesa dall’erosione.  Ovviamente la scelta del tipo di sistemazione dovrà essere funzionale alle necessità di meccanizzazione delle operazioni, alla pendenza e ad altri fattori condizionanti.

Il sesto di impianto varia a seconda della specie di tartufo, della tipologia del terreno e della propensione personale ad eseguire lavorazioni più o meno frequenti, ma in genere non è mai meno di 4×4 o 5×4 tranne che per il tartufo nero liscio (Tuber macrosporum) che può scendere ad un 3×3.

 

Concimazione

La concimazione di fondo, nel caso si esegua l’aratura (o scasso) andante, può essere valutata caso per caso in funzione della composizione del suolo e della finalità della piantagione. Per impianti da cui si attenda una duplice produzione frutto-fungo, la concimazione di fondo può essere interessante per migliorare lo sviluppo della pianta. Ove si persegua prevalentemente la produzione di funghi, la concimazione è superflua. Nel caso di suoli prossimi alla neutralità può essere necessario un ammendamento con “Brecciolino da Tartuficoltura” (da noi fornito),  le cui quantità vanno concordate con il tecnico in base alla tipologia di terreno e alla struttura.

Impianto irriguo

Prima di eseguire l’impianto si dovrà valutare l’opportunità di realizzare o meno l’impianto irriguo (o quantomeno prevederne la realizzazione futura).  I costi variano in funzione del tipo di impianto e delle difficoltà d’approvvigionamento di acqua.  Il sistema irriguo ottimale è ovviamente l’irrigazione a pioggia a tutto campo che potrà essere messa a punto in modo definitivo durante i primi anni.  Purtroppo la disponibilità idrica non sempre lo consente: in alcuni casi la scarsità di acqua impone la scelta dell’irrigazione a goccia che però va sostituita dopo alcuni anni con una irrigazione a tutto campo.  Si possono suggerire alcune indicazioni di dedotte dall’esperienza:

  • scorzone: tenendo conto che la produzione di corpi fruttiferi cessa precocemente in caso di estati asciutte, si può dedurre che l’irrigazione è senz’altro efficace;
  • nero pregiato: si dispone di maggiore esperienza, senz’altro l’irrigazione è indispensabile in caso di annate siccitose, e la si preferisce a pioggia tramite microaspersori che permettono di sfruttare piccole pressioni e corpi d’acqua.

La scelta del periodo di messa a dimora

 piantine

La messa a dimora delle piante avverrà nel periodo autunnale o primaverile a seconda delle condizioni climatiche della stazione e delle indicazioni fornite dal tecnico.   Innanzi tutto, deve essere eseguito il tracciato che definisce lo schema di impianto, la pianta sarà messa a dimora nelle buche con il suo pane di terra, facendo attenzione a ben disporre le radichette. Infine si costiperà con cura la terra smossa, prima di provvedere ad un’eventuale irrigazione.  Nelle località più siccitose Si consiglia di scavare un piccolo avvallamento a monte della pianta per raccogliere meglio l’acqua piovana o dell’irrigazione di soccorso.

In terreni ciottolosi si può realizzare una pacciamatura posizionando frammenti di pietrame in prossimità dell’albero: questa pacciamatura “naturale” favorisce la trattenuta dell’acqua e diminuisce sia l’evaporazione sia l’insediamento delle erbe concorrenti (per ragioni stazionali, la pacciamatura con scapoli di pietrame è possibile soprattutto nei siti favorevoli al nero pregiato).  Stesso discorso vale con la pacciamatura artificiale realizzata con Brecciolino da Tartuficoltura, da noi fornito in molti impianti tartufigeni.  In zone ricche di selvaggina, si consiglia di usare manicotti rigidi in rete o shelter  per proteggere le giovani piante. Nel caso di grossa selvaggina, cinghiali o cervi, l’unica protezione valida rimane la recinzione, di altezza adeguata alla specie animale presente, interrata per una cinquantina di centimetri, meglio se un metro.